BigBabel

lunedì 4 maggio 2009

L'uomo che sussurrava agli stallieri

http://www.unita.it/news/84463/un_uomo_colto_sul_fatto
Travaglio/Montanelli ci regalano un resumè dello strip tease più lungo della storia: sembra una versione di Andreotti recitata e stravolta dall'inncommensurabile PeterSellers; invece è solo Dell'Utri

UN UOMO COLTO. SUL FATTO.
Ci sia consentito di ringraziare dal più profondo del cuore il sen. Marcello Dell'Utri, noto pregiudicato e soprattutto bibliofilo tra i più raffinati. Grazie perché non delude mai: trent'anni dopo la prima intercettazione che lo immortalò a colloquio con l'eroico Mangano, continua a ricevere mafiosi e a farsi beccare al telefono senza usare precauzioni. L'altro giorno, quando girava voce di un misterioso senatore sorpreso a colloquio con uomini della 'ndrangheta, ci siamo detti: no, non può essere ancora lui. Basta con questa cultura del sospetto che associa il suo nome a qualunque scandalo dell'orbe terracqueo. Ogni tanto si riposerà anche lui, che diamine. Invece s'è scoperto che l'uomo al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, latitante in Venezuela, era Dell'Utri. L'uomo che riceveva nel suo studio Antonio Piromalli, reggente del clan calabrese impegnato nei brogli esteri, e suo cugino Gioacchino, avvocato radiato dall'Ordine per una condanna di mafia, era ancora lui. L'uomo che poi ringraziava Miccichè per avergli mandato a casa quei «due bravi picciotti», era sempre lui. Grazie senatore per agevolare, con la sua sostenibile leggerezza dell'essere, gl'investigatori. La prima volta fu nel 1980, quando si fece sorprendere al telefono con Vittorio Mangano a parlare di «cavalli». La seconda nel 1986, quando il Cavaliere lo chiamò per informarlo di una bomba appena esplosa nella villa in via Rovani: ma «fatta con molto rispetto, quasi con affetto», un «segnale acustico» tipico dell'eroico Mangano (che fra l'altro non c'entrava perché era in galera). La terza un mese dopo, quando il mafioso Tanino Cinà gli telefonò per annunciargli l'arrivo di quattro cassate: una per lui, una per suo fratello, una per Confalonieri, una extralarge da 10 chili per Silvio. Le rare volte in cui non parla al telefono, le sue agende parlano per lui: due appunti del novembre '93 («2-11, Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale»\, «Mangano verso il 30-11») rivelano che, mentre dava gli ultimi ritocchi a FI, riceveva a Publitalia il solito Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga. Altre volte, al telefono, parlano di lui gli amici degli amici. Come due uomini legati alla mafia catanese, Papalia e Cultrera, che il 25 marzo '94 si preparano alla prima vittoria azzurra: «Il giorno in cui Berlusconi salirà, come ho detto in una cena alla presenza anche di Marcello, si dovranno prendere tante soddisfazioni... fra cui l'annientamento dell'amministrazione (la giustizia, ndr), perché sono gruppi di comunisti!». Marcello è lo stesso che il 12 ottobre '98 riceve nell'ufficio di via Senato a Milano Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in una coop di pulizie), pedinato dalla Dia in un'indagine per droga. Due mesi dopo, 31 dicembre, la Dia filma Dell'Utri mentre incontra a Rimini il falso pentito Pino Chiofalo, che organizza un complotto per calunniare i veri pentiti che accusano Marcello. Maggio '99: Dell'Utri è candidato in Sicilia all'Europarlamento: un picciotto di Provenzano, Carmelo Amato, vota e fa votare: «Purtroppo dobbiamo portare a Dell'Utri, se no lo fottono. Pungono sempre, 'sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr). Questi sbirri non gli danno pace». Maggio 2001: il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, parla col mafioso Salvatore Aragona: «Con Dell'Utri bisogna parlare», «alle elezioni '99 ha preso impegni» col boss Gioacchino Capizzi «e poi non s'è fatto più vedere». Aragona rivela: «Io sono stato invitato al Circolo, che è la sede culturale e intellettuale di Dell'Utri in via Senato, una biblioteca famosa». Nel 2003 Vito Roberto Palazzolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e rifugiato in Sudafrica, aggancia Dell'Utri e la moglie perché premano sul ministro di Giustizia - scrivono i pm - «per ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione». Nel 2005 la Procura di Monza intercetta due finanzieri, Savona e Pelanda, che parlano del Ponte sullo Stretto e il secondo ha appena saputo dall'amico Dell'Utri che «la gara d'appalto la vince l'Impregilo». Profezia puntualmente avverata. Nel 2005, scandalo scalate & furbetti. Mica c'entrerà Dell'Utri anche lì? No, nelle intercettazioni lui non parla e nessuno parla di lui. Ma poi arrestano Fiorani, e questo parla di 200 mila euro da sganciare ai senatori forzisti Grillo e Dell'Utri. Nessun reato, stabiliscono i giudici. Ma il suo motto è quello di Piercasinando: «Io c'entro». Sempre. Come diceva Montanelli, « Dell'Utri è un uomo colto. Soprattutto sul fatto»

domenica 3 maggio 2009

il Quesito.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=348308

Squisito pezzo dall'ottimo Il Giornale: alla facciazza di coloro che credono Il Giornale sia un arma di precisione di Silvietto imperatore, formato da una schiera di ipocriti e servi, adesso vedranno molto meglio che si tratta solo di gente ingenua impreparata e che NON SANNO QUELLO CHE FANNO, che DICONO che SCRIVONO. Ci si chiede nell'articolo come mai tutte le persone pensanti, e sottolinea tutti, erano nel PCI, da Calvino a Moravia a Eco Pasolini (ma il discorso vale per il resto del mondo) e ora invece si siano spostati su DiPietro. Questo quesito contiene tutto il mistero dell'Italia contemporanea. Non è certo un quesito difficile; il mistero è come mai se lo chiedano così scopertamente da far credere che non lo capiscano davvero...

MA CHE CI FA L'INTELLETTUALE AL BAR DI TONINO

Ma dove sono finiti gli intellettuali di sinistra? Nelle liste che il Pd ha appena presentato per le elezioni europee non c’è neppure l’ombra della formidabile armata di penna e di pensiero che per decenni era stata una delle due anime (l’altra era la classe operaia, essa pure in buona parte emigrata verso altri partiti) del Partito comunista. Non c’era praticamente uomo di cultura, un tempo, che non fosse comunista. Pavese, Moravia, Calvino, Vittorini, Asor Rosa, Argan, Eco, la Ginzburg. Non è che tutti fossero organici. Parecchi, semplicemente, fiancheggiavano. Però, stavano tutti da quella parte lì. Chi non stava da quella parte lì, non era un intellettuale. Oggi, nelle liste del Pd, l’unico sarebbe il giornalista David Sassoli, ammesso che si possa definire intellettuale un giornalista, cosa di cui dubitiamo fortemente, appartenendo noi stessi alla categoria (dei giornalisti, s’intende: non degli intellettuali). Coloro che in qualche modo hanno il diritto di fregiarsi del titolo di «uomini di cultura» hanno scelto l’Aventino, oppure sono finiti con Di Pietro. Nell’Italia dei Valori sono ufficialmente candidati Gianni Vattimo, Nicola Tranfaglia, Giorgio Pressburger. E anche chi non si candida ma, appunto, fiancheggia, sta con Tonino: dal milieu di MicroMega a quello di Annozero. E qui sta uno dei più insondabili misteri dei nostri giorni. Che cosa ci può trovare, un intellettuale ex di sinistra, in un uomo come Di Pietro?

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